giovedì 11 febbraio 2016

L'anima che noi diamo alle macchine

Giuro che quando ho scritto il post precedente sull'impatto che i robot potranno avere sulla nostra vita non avevo ancora letto l'Anima delle macchine, di Paolo Gallina. Anzi, non l'avevo ancora acquistato.
E' che anche lui parla del Tamagotchi, quel dispositivo elettronico che non faceva nulla se non costringere il proprio "padrone" ad occuparsi di lui, e del successo inaspettato. Quel giocattolino di fatto costringeva ad interagire attivamente con la macchina che lo rappresentava e, anche se ci si rendeva conto in modo conscio che si aveva a che fare con pochi grammi di plastica e materiale elettrico, si veniva inconsciamente attirati dalle interazioni in qualche modo affettive che si credeva di poter instaurare.


Qui la chiave interpretativa del nostro interesse per gli automi, ma anche per gli animali e persino per le cose inanimate è l'interazione che si stabilisce con essi. Nel momento in cui vengono a far parte della nostra cerchia d'attenzione, le interazioni con essi acquisiscono significato.
L'autore  introduce la metafora della zattera. Ogni cosa che riesce a salire sulla zattera della nostra vita riceve la nostra attenzione. Giocoforza, automi che dovranno dividere con noi gli spazi quotidiani, saranno oggetto di trasformazione da utensile a  partner, quantunque in qualità di schiavo.
Già questo succede con alcuni degli strumenti elettronici con cui abbiamo a che fare ogni giorno. A chi non è capitato di assegnare qualità ( di solito negative) ad un PC che  non  si comportava nel modo desiderato?
Insomma, la tesi de l'Anima delle macchine è che l'interazione anche affettiva con le macchine che ci supporteranno nel molto prossimo futuro sarà imprescindibile, e che la vera singolarià sarà quando nella percezione umana non ci sarà differenza tra naturale e artificiale, tra reale e virtuale, tra la natura e le macchine.







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